Enfermedades sociales

Esta es la imagen que la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori (LILT) ha utilizado este año en la campaña de prevención de cáncer de pecho.

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Desde que apareció la imagen son muchas las mujeres que se han indignado. Algunos medios (también la cantante que ha prestado su imagen) han hablado de la polémica tachando a las mujeres que han denunciado esta imagen de histéricas y exageradas.

¿Qué hay de negativo en fomentar la prevención del cáncer? Nada. Evidentemente, todas las mujeres, de todos los tipos pueden prestar su imagen, su cuerpo y todo lo que quieran para hacer una campaña de prevención. Pero, ¿qué prevención? ¿De qué estamos hablando? Porque para hacer sensibilización, primero, hay que saber de qué estamos hablando y hacerlo de la mejor forma posible. No vale todo.

El cáncer de pecho es una enfermedad. Algo duro. Son muchas las mujeres que lo han superado y lo superan cada día. Muchas las mujeres que se enfrentan a esta enfermedad y consiguen salir adelante. Pero no es fácil. Y no todas lo consiguen. Y no depende (“solo”) de ellas como muchas veces nos hacen creer. Me da mucha rabia que hasta para estar enfermas tengamos que estar alegres, ser fuerte y, además, mantener nuestra belleza. “El cáncer no es de color rosa”.

Muchas de las mujeres que han pasado por el cáncer, además de vivir una enfermedad, tienen que enfrentarse a la imagen que la sociedad quiere de su cuerpo. Cada día, vemos cómo mujeres sanas se enfrentan a su propio cuerpo porque no es el cuerpo que la sociedad quiere. Porque no es el cuerpo que sus parejas quieren. No es el cuerpo que ven en la televisión o en las revistas. Soy la primera que, en más de una ocasión, no he ido a la piscina o a la playa porque no me apetecía ponerme en bikini delante de algunas personas. Sí, también las feministas tenemos estas cosas… Con el tiempo se nos van quitando, pero no es nada fácil…

No es novedad que el cuerpo de las mujeres se utilice para vender. Se nos utiliza para vender coches, cemento, alcohol y todo tipo de artículos que nada tienen que ver con nuestro cuerpo. Pero ahí estamos: desnudas para que la sociedad nos mire y nos disfrute. Nos juzgue. Nos diga si tenemos cartucheras o un abdomen envidiable. Ahí estamos, para vender, ser vendidas y ser compradas.

Por eso, que ahora el cuerpo de una mujer se utilice como reclamo de una campaña de prevención de cáncer de pecho es cuanto menos insultante. Porque además de la enfermedad (que sería lo único que debería importar), las mujeres que pasan por un cáncer de pecho tienen que enfrentarse a los signos que la enfermedad deja en su cuerpo.

Hace ya algunos años, conocí a una mujer que trabajaba en una asociación con mujeres que tenían o habían tenido cáncer de pecho y me hablaba de cómo muchas de ellas, además del cáncer, tenían que enfrentarse a un divorcio. El motivo: parece ser que ya no resultaban atractivas a sus maridos. Increíble, ¿no? Bueno, pues sí, son cosas que pasan en esta mierda de sociedad superficial y machista. También me hablaba de las veces que clínicas de cirugía estética intentaban hacer negocio de la enfermedad y que les llevaban publicidad o aparecían cada vez que organizaban un encuentro o congreso.

Por eso, si nos dicen que hagamos prevención, por favor, ustedes ocúpense de no despreciar nuestro cuerpo ni de usarlo a su antojo. Ni de sexualizarlo para vender. Así, por lo menos, demostrarán que les importamos un poquito y nos evitarán el sufrimiento que no tiene que ver con la enfermedad de nuestro cuerpo, sino con lo enferma que está nuestra sociedad.

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Il primo «vocabolario sociale» sulla violenza contro le donne

Lessico familiare
Per un dizionario ragionato della violenza contro le donne

«Il libro, con le sue numerose voci, apre a una visione sul fenomeno, fa intravedere quanto il percorso trentennale dei movimenti delle donne e dei centri antiviolenza, abbia costruito un linguaggio ed un sapere dai quali oggi non si può più prescindere» Anna Pramstrahler

Le parole violenza di genere o femminicidio ormai ci sono familiari. Ma sappiamo usarle nella maniera più appropriata? Sappiamo comprendere quali sono i giusti contesti di applicazione? Quali sono le parole più corrette per descrivere la violenza contro le donne? Quali sono le categorie, i riferimenti teorici, le sfumature di significato e le traduzioni nelle principali lingue di uso internazionale?

Lessico familiare di Chiara Cretella e Inma Mora Sánchez è il primo dizionario ragionato sulla violenza contro le donne. Un libro/manuale/dizionario rivolto non solo al grande pubblico ma anche a quello specialistico che si prefigge di mappare il vocabolario usato, le categorie di pensiero, i riferimenti teorici e culturali, i dati e le fonti nazionali e internazionali che riguardano il tema. Uno strumento di lavoro utile a tutte le figure professionali che operano attorno a questo fenomeno e che costituisce un valido aiuto a chi voglia avvicinarsi allo studio di queste tematiche o apprendere categorie più ampie, utili in qualsiasi contesto della vita sociale e professionale.

Lessico familiare, con le sue macrovoci, una bibliografia essenziale su ogni argomento e gli approfondimenti, vuole essere sia uno strumento di partenza che di divulgazione, con le ultime statistiche disponibili su scala mondiale e nazionale, i riferimenti bibliografici più significativi, i rimandi alle definizioni correlate, le macro-aree di riferimento dei concetti, le definizioni europee e degli organismi internazionali, le legislazioni imprescindibili da conoscere e citare.

Lessico familiare. Per un dizionario ragionato della violenza contro le donne diventa allora un valido strumento di conoscenza e divulgazione, per imparare e conoscere, dalla «A» alla «Z» tutte le parole per dirla.

Chiara Cretella
Assegnista di Ricerca, fa parte del CSGE-Centro studi sul genere e l’educazione dell’Università di Bologna. Collabora con la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna per cui ha ideato e realizzato sei edizioni del Festival La violenza illustrata. Tra le sue aree di ricerca lo studio della violenza mediatica con particolare riferimento ai contesti educativi e l’evoluzione delle iconografie di genere nell’immaginario contemporaneo.

Inma Mora Sánchez
Laureata in giornalismo presso l’Universitat de Valencia ha svolto un master in Studi interdisciplinari di genere presso l’Universidad Autónoma de Madrid. Ha lavorato in Spagna e Uruguay sui temi della violenza di genere. Dal 2011 collabora con il Gruppo femicidio della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna per cui si occupa della comunicazione online, che cura anche per D.i.Re-Donne in Rete contro la violenza.

Anna Pramstrahler, che ha scritto la prefazione del libro, è cofondatrice della Casa delle donne per non subire violenza di Bologna. A lei va il «grazie» delle autrici e il «grazie» di Settenove per il sostegno e i buoni consigli giunti all’inizio del percorso della casa editrice.

Lessico familiare è l’ultima uscita di Settenove, casa editrice nata nel 2013 dedicata alla prevenzione
della discriminazione e della violenza di genere.


Le donne vendono, vendi le donne

“Le donne vendono, vendi le donne” è il primo film di montaggio del collettivo Un Altro Genere di Comunicazione. In poco più di venti minuti, il tentativo è quello di raccontare lo sfruttamento dei corpi femminili e la loro oggettivizzazione in nome di mercato, profitti, audience.
Programmi di intrattenimento, spot pubblicitari, cartellonistica, carta stampata usano tutti gli stessi stereotipi come fossero rivolti evidentemente a un pubblico solo maschile ed eterosessuale.
Lo sguardo mediatico rende le donne oggetti di rappresentazioni alienanti, relegandole ad essere portatrici di carica erotica uniche responsabili della gestione di ambiti familiari e domestici, annientando tanto l’individualità che la collettività del genere femminile.
Spesso le critiche alle rappresentazioni mediatiche vengono poste in maniera sovrastrutturale, mirando solo ad evidenziare lo svilimento del corpo delle donne, l’uso massiccio che se ne fa, senza però sottolineare quale sia la struttura da decostruire, cioè il mercato economico che fa del corpo femminile un feticcio per vendere e riducendo esso stesso a merce. Questo è quello che tentiamo di evidenziare.
Alle nostre considerazioni in merito alla squallida imposizione dello sguardo maschile eterosessuale alle rappresentazioni femminili, spesso ci è stato risposto dandoci delle bigotte, come se il problema fossero le gambe scoperte delle Veline o il proliferare di culi e tette delle pubblicità.
Il problema è l’oggettivazione dei corpi. La loro esposizione ad uso e consumo del piacere altrui, del profitto altrui. La scomposizione dei corpi, ridotti a semplici parti “attraenti”, l’indugiare su donne senza volto, composte solo da parti erogene rispondenti a uno e un solo canone estetico, capaci di reclamizzare qualsiasi prodotto, dalle supposte all’intimo maschile, considerate prodotti esse stesse.
Se i corpi nudi sono quelli di Silvia Gallerano, di Annie Sprinkle, di Maria Llopis, se sono corpi nudi ma attivi, creativi, corpi pieni di desiderio, di vita, che la nudità sia la benvenuta in ogni sua forma, alta, bassa, magra, grassa, liscia e pelosa. Ma al servizio di uno spot di pubblicitario o di un quiz televisivo sembriamo solo addestrate a lusingare mercato e padrone, a valorizzare curve e pelle invece che a riprenderci quello che vogliamo. Anche attraverso i nostri corpi, ma valorizzandone la potenzialità, non addestrandoli all’obbedienza.


Los culos celulíticos de las famosas

Todos los veranos lo mismo: los culos y piernas con celulitis llenan páginas de revistas y programas basura. Cuanto mayor sea el mito erótico, mayor parece ser el placer de las mujeres al ver que hasta las grandes divas tienen sus defectos. ¿Qué se esconde detrás de esta malvada obsesión por la celulitis y defectos de las grandes estrellas del mundo del espectáculo?

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Yo (como creo que muchas mujeres) estoy cansada de ver cuerpos “perfectos” en el cine, en la televisión, en las revistas, en los carteles que empapelan todas las ciudades…. Estoy harta de tener que estar sometida a una cultura que nos hace esclavas de nuestro cuerpo. Estoy cansada de que, aunque luche contra ellos, mis complejos siempre me acompañen cada verano. Estoy cansada de sufrir ese fatídico primer día de playa o piscina… He de decir que en los últimos años, por fin he conseguido vencer un poco de ese pánico escénico veraniego gracias, en gran parte, a intentar vivir el feminismo desde dentro en mi día a día. El feminismo no sólo se vive como activista en la esfera política, mediática o social. El feminismo se vive, sobre todo, en la esfera personal. Desde ahí nos hacemos más fuertes y seguras, somos capaces de ser más felices y vivir nuestra vida como realmente queremos. Pero no es nada fácil.

Este miedo a no ser el cuerpo que la cultura nos exige nos llena de temores e inseguridades que, en demasiadas ocasiones, hacen que nos perdamos momentos tan simples como una tarde de amigos en la playa. ¿Ver el culo de Halle Berry con celulitis nos hace sentir mejor? Supongo que, a muchas mujeres, sí. Al menos, en cierto modo. Sin embargo, esto demuestra todas las inseguridades que albergamos dentro de nosotras mismas, la mayoría de veces sin ser conscientes de ello.

Cada vez que veo revistas y programas de televisión que hablan de las imperfecciones de las grandes divas, me vienen a la mente muchas preguntas: ¿por qué las mujeres se sienten mejor al ver que hasta las “guapas” son “feas”? ¿Por qué la celulitis es fea si todas las mujeres la tenemos? ¿Por qué hay siempre alguien esperando a fotografiar un “defecto” de una mujer? ¿Por qué no podemos aceptar con naturalidad las formas de nuestro cuerpo? ¿Por qué se empeñan los medios es potencial la guerra entre “guapas” y “feas”?

Me he cansado de escuchar, una y mil veces, aquello de que las mujeres somos malas entre nosotras, que somos envidiosas, desconfiadas y retorcidas. Sinceramente, creo que esto es resultado de años de desigualdades a todos los niveles… La violencia simbólica que sufrimos las mujeres también potencian estas actitudes que no nos dejan avanzar.

Es septiembre y aún sigo viendo culos de famosas en las playas. Me alegro de que la gente se dé cuenta de que ellas, las grandes estrellas del cine y de la moda, también son “personas normales”. Sin embargo, me hace enfadar bastante que para ello tenga que haber, como siempre, un dedo acusador, una cámara que sólo quiera castigarlas por no ser lo que deberían ser. Me da rabia que siempre haya alguien esperando a que una mujer se “equivoque” o muestre uno de sus “defectos”.

Sería mucho más sencillo mostrar las supuestas imperfecciones con naturalidad y acostumbrarnos a ver las diferencias de nuestros cuerpos. Pero no. Los medios se siguen empeñando en aparentar que luchan contra los estereotipos mientras siguen potenciándolos…

Yo quiero celulitis en las revistas, pero no así.

 

Por cierto, aquí os dejo el link de la Campaña de Mujeres Libres (Bologna): “S-Corporati dalla norma”.

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Los hombres no son así

En la prensa y la televisión en Italia no se habla hoy de otra cosa. Un chico de 17 años ha matado a su ex novia de 15. Además, con una crueldad que remueve todo por dentro. Primero, la ha acuchillado y, al ver que no se moría, la ha quemado viva.

Por lo visto, el chico era celoso. No asumía el final de la relación. Ya hemos visto fotos de la menor por todas partes y todos los detalles escabrosos del asesinato. Este caso tiene todo para conmover y los medios de comunicación lo utilizan sin tener en cuenta el daño que pueden hacer a nuestra sociedad.

Basta ya. Las mujeres y asociaciones feministas en Italia están gritando basta. Aunque se empiece a utilizar los términos femicidio y feminicidio, parece que los medios de comunicación siguen sin tener muy claro de qué se trata. O no se quieren enterar.

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En España, las cosas no están mejor. Se supone que tenemos una ley contra la violencia de género y una ley de igualdad para conseguir eliminar, de verdad, la discriminación de las mujeres de nuestra sociedad. Sin embargo, los recortes han frenado todo. Ante esta crisis económica, la violencia contra las mujeres no es más que una cosa que ha existido siempre y que, por ello, algo que jamás podremos cambiar.

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¿Estamos demasiado acostumbrados y acostumbradas a que un ex novio, ex marido, novio o marido mate a una mujer? ¿Hemos normalizado esta violencia? ¿Cómo puede esta sociedad “avanzada” pensar que es natural que los hombres maten a las mujeres? Si es natural que los hombres maten a las mujeres… me voy de este mundo. Quienes hacen de esta violencia algo inevitable no sólo hacen de nosotras, las mujeres, unas eternas víctimas, sino que además insultan a todos los hombres que creen en una sociedad igualitaria y que luchan para cambiarla. No me creo que los hombres no puedan contener sus impulsos sexuales y por eso violen a las mujeres. No me creo que los hombres no puedan evitar matar a su ex novia porque tienen ataques de celos. Los hombres no son así.

¿Cómo vamos a terminar con la violencia si seguimos impasibles ante las desigualdades más básicas? Los asesinatos que llaman pasionales, no tienen nada de pasión. Esos ataques de celos que parecen incontrolables no son más que la punta del iceberg de una sociedad que humilla día a día a las mujeres y que potencia en los hombres actitudes de dominación y superioridad, ya sea en las relaciones íntimas de la esfera “privada”, como en la vida pública y los círculos de poder donde sólo vemos a señores con corbata.

La joven de 15 años que ha sido asesinada en Italia, ha sido asesinada porque es una mujer. Porque ha nacido mujer en una sociedad machista y patriarcal que entiende las relaciones desde la dominación, el control y la dependencia. Una gran parte de los y las jóvenes aún sigue pensando que los celos son un signo de amor. Los medios de comunicación así lo recuerdan: locura de amor, amor criminal, asesinato pasional, ataque de celos. Es una forma más de esconder la violencia de género. Igual que hablar de violencia familiar, drama familiar, tragedia doméstica… Hay quien piensa que hablar tanto de estos términos y criticar que no se utilicen adecuadamente es exagerado. No lo es.

Las palabras son una construcción cultural, igual que la violencia machista. Las personas que se dedican a la política y los y las profesionales de los medios de comunicación deberían saber, como mínimo, de qué hablan y utilizar las palabras adecuadas para contextualizar el problema, dar soluciones y ofrecer información de utilidad.


A medias

Hoy es el día mundial del amor. Las parejas están más enamoradas que nunca, todo sabe a bombones y parece que hay rosas por todas partes…

Hay otras personas –tengamos o no pareja- a las que todo esto nos sabe a negocio empalagoso. Tanto que deja de saber bien. Andas por la calle y no se ven más ofertas para parejas y corazones en los escaparates. Durante estos días, he pasado varias veces por un bar en el que hay un gran cartel que dice:

“Ya estamos preparando nuestro menú especial para San Valentín. Ven si estás enamorado”

¿Y si no lo estás? Hoy no existes para nadie.
Encima se acercan los 30, los 40.
O se han pasado ya.
Se te está empezando a pasar el arroz para ser madre… ¡oh! ¡Peligro!

Sí, ya no es como antes, el matrimonio o ser monja ya no son las únicas opciones de vida para una mujer. Sin embargo, la sociedad te sigue obligando a formar una familia (matrimonio heterosexual, por supuesto), aunque sea de forma más sutil.

¿Cuántas veces os han preguntado con cara de pena si tenéis pareja? Aquí tengo que señalar que a las mujeres nos lo preguntan muchísimas más veces y, sobre todo, con más cara de pena. Se da por hecho que quieres tener novio y, si no lo has conseguido, se convierte en una especie de fracaso personal -aunque para ti no lo sea-.

Por muy bien que estés, es como si te faltara algo…

Pero a mí casi me preocupa más otra cosa: una vez encuentras tu media naranja y consigues encajar, parece que no existe nada más en el mundo…

¿A cuánta gente conocéis que se haya transformado en un pack indivisible al tener novio o novia? Sí, esa gente que ya no sabe lo que es la primera persona del singular. O que, cuando vas por la calle, no son capaces ni de soltarse de la mano para dejar pasar a alguien.

¡Ay, qué pereza me da todo esto! ¿Será que me he vuelto muy fría con el paso del tiempo?

No llevar una vida de pareja tradicional puede tener muchas ventajas, pero en nuestra sociedad, aún implica sentirte fuera de lugar. La cultura tiene mucha culpa en ese sentimiento. Las historias de amor romántico nos invaden por todas partes y de mil formas. Todo el mundo está destinado a buscar al ser perfecto que jamás nos abandonará… ese amor incondicional. Esa persona por la que daremos todo lo que somos e, incluso, nos convertiremos en otras personas diferentes si es necesario. Todo para que no nos abandone.

Cuando se habla de “media naranja” yo estoy convencida de una cosa. El amor romántico es el que nos parte por la mitad y nos exprime. El amor es el culpable.

Una aclaración:  Esto no es una pataleta de San Valentín. No creo que el amor sea malo, todo lo contrario, debería ser una de las mejores cosas de la vida. Estoy hablando de lo que entendemos por “amor”, del ideal de amor romántico que se festeja hoy.

Ese amor (y, sobre todo, el desamor), tal y como lo hemos aprendido y nos lo han vendido, es una mierda. Nos hace dependientes, saca lo peor de nosotras y nosotros, baja nuestra autoestima y nos hace sentir insignificantes e incompletos o incompletas. Como si no valiéramos nada si no tenemos a alguien al lado para que nos lo recuerde.

Voy a reconocer que cuando era adolescente (antes de que Jarabe de Palo sólo tuviera una canción) me gustaban muchas canciones que ahora escucho y me horrorizan. Pero, ¿a quién no le ha gustado una canción muy, muy, muy romanticona a esas edades?

El problema es que luego pasa el tiempo y la vida no es tan dulce como nos la cantaban. Y puede que las canciones que escuchabas ya no te gusten e, incluso, te rías de ellas. Pero el mal está ya hecho. Ahí siguen, en algún lugar de ti… Las canciones pueden hacer que nos derrumbemos, que nos desahoguemos, que soñemos o que nos ilusionemos. La música tiene un gran poder dentro de una parte de nosotras y nosotros mismos casi sin que nos demos cuenta.

¿Quién no ha tenido un buen día hasta que ha escuchado una canción triste y le ha dado un bajón tremendo e inesperado?
¿Quién no ha escuchado una canción que le subiera el ánimo en un día con poca energía positiva?


Después están esos días grises. Esos días en los que estamos fatal y sólo nos apetece escuchar las canciones más tristes. Creo que son las que más tirón tienen… no sé si será una cuestión de catársis o porque son las que más nos enganchan, pero parece que si hay algo que atrapa más que el amor es el desamor.

Os dejo algunas canciones que me han venido a la mente sin pensar demasiado…  Como podéis observar, no tienen nada que ver unas con otras (época, estilo, calidad…), pero los mensajes tienen muchas cosas en común…

Que me quedes tú, Shakira

Piensa en mí, Luz Casal

Desesperada, Marta Sánchez

Tonta, Conchita

Lo dejaría todo, Chayanne

La fuerza del corazón, Alejandro Sanz

Laura Pausini, Se fue

Cuando yo quiera has de volver, Manolo García

¿Me ayudáis a continuar la lista? Si queréis, también podéis escribir comentarios con el título o el enlace a canciones que hablen del amor desde una perspectiva diferente. Sé que es más complicado, pero… puede ayudarnos mucho.

Al fin y al cabo, ¿quién no ha sufrido un desamor?


Entre la esperanza y el miedo

Llevo varias noches (por no decir unas cuantas) en las que no consigo descansar. Es como si las sábanas me molestaran, como si no pudiera estar tumbada y relajarme. Como si tuviera que levantarme y salir corriendo. Nunca había sentido de esta forma que este no es mi lugar. Que este no es el lugar en el que quiero estar. Creo que el miedo también me está alcanzando.

No es para menos. Parece que “miedo” es la palabra más repetida últimamente, después de “crisis”, claro. No paramos de escuchar eso de que lo peor está por llegar y que no hay más remedio que sufrir lo que está pasando, resignarse y tirar como se pueda.

Mientras tanto, otras personas intentan (intentamos) pensar en soluciones alternativas a esta resignación que no nos lleva a ninguna parte. De esta crisis están naciendo proyectos diferentes que no tienen como objetivo seguir creciendo de forma infinita para ganar y ganar más dinero. No hace falta ser economista para caer en la cuenta de que un sistema basado en consumo, tarde o temprano, se tiene que agotar. Ayer, en una entrevista de Anatxu Zabalbeascoa publicada en El País, la socióloga Saskia Sassen decía en una  que nuestro sistema ya es otro desde hace tiempo, “parece una continuación del antiguo, pero no lo es” porque “el salario del trabajador ya no permite mantener el consumo”.

Algo parecido decía José Luis Sampedro en la entrevista que le hizo Jordi Évole en Salvados: El sistema capitalista fue muy útil en su momento, pero ahora se ha agotado. La iglesia, la política y la economía, las instituciones sobre las que sustenta nuestra sociedad actual, están atrasadas.

Con una lucidez increíble, nos transmitía la serenidad de un pensamiento complejo y sencillo a la vez, lleno de lógica y humanidad. Nos planteaba preguntas y una forma de razonamiento pausado que, hoy en día, se echa en falta. En twitter, el lugar de las ideas grandes en espacios breves y veloces, se empezaron a recopilar con emoción algunas de sus frases llenas de sabididuría.

¿Qué tenemos que hacer? ¿Cuál es la solución? ¿Por dónde empezamos a crear una nueva sociedad?

De momento, parece que las personas que están arriba no están dando pie con bola. Esta crisis debería ser el inicio de un nuevo sistema más justo, adaptado a nuestros tiempos y todas las cosas que hemos conseguido durante siglos. Un sistema que tuviera en cuenta el logro más importante de nuestra historia: el reconocimiento de los derechos humanos.

Sin embargo, parece que todo lo que hemos conseguido está ahora entre la espada y la pared. A nadie le gusta esta situación, pero quienes tienen el poder llevan más de tres años poniendo parches para que este sistema siga vivo, cueste lo que cueste.

En poco tiempo, los pilares de nuestras democracias parece que se van al traste. Recortes en educación y sanidad, copago en justicia… Ni hablar de los avances de los últimos años en cooperación e igualdad de oportunidades. Estos son grandes lujos que no nos podemos permitir.

Vivimos en la era de las comunicaciones y la libertad de expresión cuenta hoy con más vías que nunca para manifestarse. Sin embargo, también parece que da miedo a todas las fuerzas políticas. En lugar de aprovechar las miles de posibilidades que tiene hoy Internet, sólo ponemos límites porque la libertad de pensamiento es algo que, aún, asusta.

Y, por otra parte, el periodismo es una de las profesiones peor pagadas y valoradas de nuestra sociedad. Yo he perdido la cuenta de los periódicos y medios de comunicación que en nuestro país han cerrado en los últimos meses o amenazan con hacerlo próximamente. Además de los recortes, los sueldos basura, las prácticas no remuneradas y el dar gracias por colaborar en algunos medios de comunicación.

¿Qué consecuencias tiene todo esto a largo plazo? Ya no se trata “solo” de la reducción de sueldos y el despido de muchas personas, sino de que estamos perdiendo servicios y derechos básicos que, hasta ahora, considerábamos intocables.

Me hace mucha gracia que, desde el poder, se hable de que estamos en tiempos difíciles pero que muy pronto nos recuperaremos. Sí, tal vez la economía se recupere, pero ¿a qué precio? ¿Cómo seremos dentro de diez años? ¿Dentro de veinte? A mí esto sí me da miedo, me da mucho miedo.

Pero no quiero hacer más apología del miedo. No quiero ser más catastrofista. Todo lo contrario. Creo que es el mejor momento para cambiar las cosas. Para transformar nuestra realidad. Para buscar otro sistema que nos ayude a vivir con dignidad. La ciudadanía no está dormida. Lo hemos demostrado en Internet y en las calles. Gente de países bien diferentes se han manifestado en las plazas de todo el mundo pidiendo un sistema diferente y una democracia más justa. Un sistema que tenga en cuenta a las personas, las necesidades de la gente y no las de los bancos.

Rajoy ya ha asumido que va a haber una huelga general en España. Increíble, antes de dar a conocer su reforma laboral ya sabe que una gran parte de la sociedad española no va a estar de acuerdo. Pero… ¿él no nos representa? ¿No tiene que luchar él por nuestros intereses?

En fin, yo no sé si habrá o no una huelga general, lo que sí que tengo claro es que tenemos dos posibilidades: vencer el miedo y buscar alternativas o dejar que esta inercia nos lleve a un suicidio colectivo.

“El miedo a lo que podría pasar hace que se acepte lo que está pasando”. José Juis Sampedro.